2017 !

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SVILUPPO SOSTENIBILE – UN FUTURO DI PROGRESSO PER L’EUROPA

L’Unione europea continua ad andare discretamente male. Coloro i quali speravano in un deciso cambio di rotta, in un salto di qualità almeno dopo la crisi del 2008 sono rimasti delusi. La diagnosi della crisi che ha prevalso ha operato come una cura sbagliata amministrata ad un paziente malato e debole.

Non è bastato denunciare a gran voce politiche di austerità inefficaci che stavano uccidendo il paziente. Purtroppo, per quelle forze neoliberiste e del Pensiero Unico che dagli anni ’80 ci stanno servendo l’attuale modello di sviluppo, l’austerità ha funzionato benissimo, perché ha contribuito e contribuirà fino all’ultimo allo scopo primario – dalla scuola di Chicago in poi: spostare il benessere dal 99% a quell’1% che incredibilmente, ancora in queste ore, non cessa di arricchirsi.

Certo, negli ultimi anni la convinzione che il rigore scodellerà i suoi frutti e sarà il giusto sacrificio per riportare l’UE al centro della crescita mondiale si è un filo incrinata, ma non grazie ad un’analisi profonda dei bisogni e dei cambiamenti in atto. Il panico, tardivo, a fronte dell’instabilità politica di cui la Brexit non è stata che la più recente e drammatica espressione ha prodotto qualche paternalistica reazione, palesemente insufficiente. Paradossalmente, le forze populiste, antieuropee ed estreme si stanno rivelando talmente velleitarie e poco credibili agli occhi dei disperati che le hanno votate, che il pendolo potrebbe presto spostarsi nuovamente ahimè verso un’astensione ancora più pronunciata, senza alcuna, vera proposta di alternativa sostenibile.

Ciò che ci riserva l’autunno, fra stagnazione economica e squilibri nell’area euro, terrorismo, crisi nei nostri modelli di convivenza, rifugiati e immigrazione, imbarbarimento ed impotenza della politica a tutti i livelli assorbirà le nostre energie, che sono già allo stremo, e ovviamente non consentirà a nessuno di provare ad immaginare un filo conduttore per uscire da tutto questo.

Eppure…

Un nuovo modello di sviluppo è possibile

La crescita e lo sviluppo mondiale in particolare dal secondo dopoguerra ad oggi, con focus sugli ultimi 30 anni ci consegnano un pianeta nel quale si intrecciano tre questioni fondamentali, che corrispondono ad un’unica sfida complessa e cruciale per noi tutti:

– una crescita demografica senza precedenti. Siamo 7 miliardi e 200 milioni, praticamente 9 volte gli abitanti della terra all’inizio della prima rivoluzione industriale, e continuiamo a crescere di circa 75 milioni all’anno, di questo passo gli abitanti del pianeta saranno 8 miliardi nel 2020 e forse 9 nel 2040;

– una crescita economica che genera diseguaglianze mai viste prima sia fra aree geografiche, e fra paesi nelle stesse aree geografiche, che all’interno dei paesi stessi. Queste diseguaglianze sono alla base di diversi fenomeni, il più evidente e drammatico dei quali per l’Europa è l’immigrazione dai paesi africani ed asiatici, in particolare dall’Africa subsahariana e dall’Asia centrale dove l’estrema povertà, i conflitti ed i cambiamenti climatici (vd sotto) mettono quotidianamente a rischio la vita di milioni di persone;

– una crescita economica che sta minando in modo irreversibile le risorse naturali del Pianeta. Solo pochi hanno davvero capito la catastrofe che è ormai dietro l’angolo (davvero proprio imminente) e che, se non fermata, potrebbe essere il risultato dei seguenti fattori, tutti interconnessi: cambiamenti climatici, acidificazione degli oceani, buco dell’ozono, inquinamento da fertilizzanti (nitrogeno e fosforo) che genera alghe in mare con conseguente depauperamento delle risorse ittiche, uso eccessivo delle risorse idriche, sfruttamento del suolo, attacco alla biodiversità, uso aerosol, inquinamento chimico generalizzato.

Non è un segreto come l’aumento della popolazione mondiale, unitamente al miglioramento delle condizioni economiche e di vita di intere aree geografiche negli ultimi decenni, si intrecci in modo drammatico alla bomba ad orologeria sulla quale siamo seduti. E i dati dell’economia mondiale degli ultimi tempi non sono certo rosei, e non solo in Europa (basti pensare ai BRICs). C’è il rischio serio di una lunga stagnazione, segno evidente di una crisi di modello, con conseguenze poco prevedibili. Peraltro, se è verissimo che l’UE cresce poco a causa di scellerate politiche pro cicliche, immaginare di poter contare in un futuro prossimo su una crescita “tradizionale” ed equilibrata attorno al 3% del PIL è pura illusione.

A fronte di questa situazione, e dopo anni di riflessioni e negoziati, il 25 Settembre 2015 a NY l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, definito come uno “sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere le capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Per ottenere sviluppo sostenibile, è necessario armonizzare tre fattori : crescita economica, inclusione sociale e tutela dell’ambiente.

L’Agenda è corredata di 17 “Goals” coniugati in 169 obiettivi specifici:

  • Goal 1: Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo
  • Goal 2: Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile
  • Goal 3: Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età
  • Goal 4: Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti
  • Goal 5: Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze
  • Goal 6: Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico sanitarie
  • Goal 7: Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni
  • Goal 8: Incentivare una crescita economica, duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti
  • Goal 9: Costruire una infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile
  • Goal 10: Ridurre le disuguaglianze all’interno e fra le Nazioni
  • Goal 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili
  • Goal 12: Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo
  • Goal 13: Adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le sue conseguenze
  • Goal 14: Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile
  • Goal 15: Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica
  • Goal 16: Promuovere società pacifiche e più inclusive per uno sviluppo sostenibile; offrire l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli
  • Goal 17: Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.

Da notare, ed è importantissimo, che il concetto stesso di Sviluppo Sostenibile cosi espresso rappresenta al tempo stesso un quadro analitico (tutte le crisi attuali sono interconnesse) e la sua risposta normativa, sia a livello etico/morale che politico/legislativo (le soluzioni sono un congiunto di azioni e politiche anch’esse indissolubili).

A differenza dei Millennium Development Goals, gli SDGs sono universali, nel senso che si debbono applicare a tutti i paesi del pianeta, e quindi anche all’interno della UE, e sono indivisibili perché per l’appunto profondamente legati l’uno all’altro. E’ evidente, guardando alla lista degli SDGs ma anche agli obiettivi specifici a ciascuno di essi, che i paesi più sviluppati fra cui l’UE dovranno impegnarsi a livello interno più particolarmente in taluni campi, mentre per altri lo sforzo dovrà concentrarsi in un cambio di rotta nelle politiche “esterne” (politica estera, aiuti allo sviluppo, commercio estero).

Se veramente presi sul serio, gli SDGs possono ridare slancio alla Politica, produrre nuove forme di resilienza e mobilitazione sociale e nuove speranze: il recente appello « per le persone, per il pianeta e per la prosperità globale » promosso da Sindacati europei, Wwf e Concord (Confederazione europea delle ong per gli interventi umanitari e di sviluppo), sottoscritto da 175 associazioni europee lo dimostra.

Ma soprattutto credere negli SGS significa liberare risorse, sia pubbliche che private, mai o poco spese prima a questo scopo.

Un nuovo progetto anche per la Sinistra europea

L’Unione europea, con tutte le sue debolezze di governance, economiche ed istituzionali, sarebbe il soggetto politico di gran lunga più avanzato e più competitivo in un contesto globale adatto agli SDGs, sapendo che la crescita sostenibile che si produrrebbe non andrebbe, come accade spesso attualmente, a discapito dei paesi in via di sviluppo, bensì servirebbe a correggere decenni di errori coloniali e post coloniali che ci stanno passando il conto sulle coste del Mediterraneo. Del resto la Commissione attuale sta già lavorando in questo senso, e dossier quali il dopo Parigi, l’energia ed l’economia circolare lo dimostrano. Ciò che manca ancora drammaticamente è il quadro di insieme, una “narrative” globale e positiva.

 

Per la famiglia dei Socialisti e dei Progressisti europei, l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite rappresenta un’incredibile opportunità, e può diventarlo ancora di più se il prossimo Segretario Generale dell’ONU dovesse essere – come sembra – un Europeo vicino ai nostri valori. Agli occhi di molti, soprattutto giovani disamorati (con ragione) dalla politica, gli SDGs sarebbero l’unica Alternativa possibile ad una globalizzazione vissuta sempre più come ingiusta, antidemocratica e pericolosa per le risorse del Pianeta, in opposizione alla non soluzione populista del vecchio modo di intendere il “protezionismo”.

Attenzione pero. Per adattarsi all’Agenda 2030, dobbiamo “rassegnarci” alla complessità, e quindi al vero ritorno della Politica con la P maiuscola. Il fatto è che gli SDGs necessitano di soluzioni a lungo termine, talune ancora da ricercare a livello scientifico e organizzativo in materia di sanità e salute, educazione, agricoltura, politiche urbane, energia, biodiversità…ma anche in termini di misurazione, per passare dallo sterile ed insufficiente calcolo del PIL ad una più completa e complessa fotografia del “benessere” che tenga anche in maggior conto il reddito reale a disposizione dei cittadini. Bisogna costruire un modello inclusivo per motivare tutti gli attori, in particolare università, centri di ricerca ma anche gli imprenditori (e in generale i partner sociali), perché buona parte degli SDGs necessitano di importanti cambiamenti nel rapporto fra economia e società.

Per la famiglia progressista si tratta di un terreno favorevole: per un nuovo modello di sviluppo, per una nuova rivoluzione industriale globale, c’è bisogno di a) investimenti pubblici, b) nuova regolazione legislativa e quindi intervento delle Istituzioni, e di c) una rinnovata, grande partecipazione civile.

Lo Sviluppo Sostenibile, se portato convintamente, potrebbe essere la risposta alla triplice crisi della Sinistra Riformista di questo secolo XXI:

– gli SDGs impongono senza riserve un quadro di azione transnazionale, risolvendo il limite nazionale che storicamente ci siamo imposti e dal quale, malgrado il rafforzamento dell’UE, peniamo ad uscire;

– Sviluppo Sostenibile vuol dire nuovo modello economico, necessario per i Progressisti dopo la recente crisi del nostro compromesso con il capitalismo/economia reale del dopoguerra;

– grande partecipazione civile e “resilienza” sono la risposta alle odierne difficoltà nel conciliare democrazia rappresentativa e diretta.

Una strada quindi da percorrere è tornare forti in campo, appoggiando l’organizzazione internazionale per antonomasia (ONU) che non a caso ha visto la luce dopo la fine dell’ultimo grande conflitto mondiale, e che è in questo momento pericolosamente debole e poco autorevole: rafforzarla pare quindi un compito più che necessario, dopo decenni di dominio di altre istituzioni transnazionali poco equilibrate e sostenute con convinzione ideologica dalle Destre (FMI, WTO…).

Si tratta di chiarire una volta per tutte che il quadro al quale aspiriamo, la visione che ci anima, è la convinzione che, contrariamente agli ecologistici di maniera, siamo convinti che ci possa essere un futuro di sviluppo economico, anche e soprattutto industriale, che possa rispondere e corrispondere alla attese di milioni di persone. E’ peraltro essenziale che, nell’UE i paesi del Mediterraneo, in teoria i meno pronti ad affrontare la sfida, si mettano in ordine di marcia il prima possibile, pena una concezione degli SDGs troppo orientata verso il Nord ed il settore dei servizi. Al contrario, in paesi come l’Italia, dagli anni ’80 risulta ormai evidente che senza una decisa modernizzazione industriale, sia nel senso del processo che del prodotto, il futuro resterà magro ed incerto. Una tale modernizzazione passa inesorabilmente attraverso la ricerca, lo sviluppo di infrastrutture materiali ed immateriali moderne, la lotta alla corruzione e, una volta per tutte, la cura del “capitale umano” del paese, attualmente in fuga. In questo senso, il recente successo dell’imponente programma PRIMA acronimo per “Partnership Research and Innovation in the Mediterranean Area” (che ha appena ottenuto l’avallo della Commissione, ed è in attesa di passare al PE e al Consiglio) segna un punto importante a favore degli SDGs nell’area del Mediterraneo. Si tratta di R&S in approvvigionamento idrico e sistemi alimentari e ingloba 11 stati membri, 3 paesi associati, 5 non associati con le rispettive università e centri di ricerca. Il bilancio (europeo e degli stati membri) è di rilievo e potrebbe superare il mezzo miliardo di euro, il coordinamento è affidato all’università di Siena.

Le sfide

 Il problema maggiore per un’agenda di Sviluppo Sostenibile è il gap crudele fra interventi a lungo termine e risultati a breve. Va pero riconosciuto che la crescita fragile e malata di oggi potrebbe rappresentare un incentivo a cercare soluzioni altrove. I costi della transizione possono essere enormi, soprattutto per il “capitale umano” in termini di educazione, istruzione, formazione e accompagnamento di welfare.

D’altra parte, molti posti di lavoro difficilmente localizzabili si stanno creando e possono essere ulteriormente creati a breve nelle filiere della green economy, ad alta intensità occupazionale se opportunamente incentivati (investimenti e regole).

Un’altra sfida che può trasformarsi in una grande opportunità è che il centro nevralgico della diagnosi SDGs, ma anche delle possibili soluzioni è rappresentato dai grandi conglomerati urbani. Non a caso tutte le organizzazioni che raggruppano le grandi città (si pensi in Europa a Eurocities) su scala globale stanno prendendo molto sul serio l’Agenda 2030. La sindaca di Parigi ha già annunciato di voler riunire i colleghi delle grandi metropoli del globo in una alleanza fra città.

E proprio dalle città può venire la risposta all’altra grande questione: lo Sviluppo Sostenibile deve essere compreso e portato dal basso. Chi non ricorda la vecchia ambizione dell’agenda di Lisbona, “fare dell’UE l’attore più competitivo del pianeta con un’economia basata sulla conoscenza e sul nostro modello di economia sociale di mercato”, un’idea certo visionaria ma calata dall’alto, senza nessuna consapevolezza civile e che si è presto trasformata in uno sterile ripetersi di rapporti, numeri, scartoffie, indicatori nominali presto dimenticati. Compito di tutti sarà di fare di un nuovo modello di sviluppo il quadro delle risposte che i cittadini chiedono e alla quali dovranno essere associati.

Ma non sfugge neppure, sull’altro versante dello sviluppo territoriale, l’importanza degli SGDs per il mondo agricolo e rurale, contro il dissesto idrogeologico e per un ripopolamento delle campagne fatto di innovazione, sicurezza alimentare, occupazione e sostenibilità. Mi pare che in Italia in particolare, fra mille difficoltà, si stiano registrano dei segnali in questo senso.

Infine, la sfida dei giovani, del loro futuro e del ruolo della politica. Basti qui fare riferimento ai recenti utilissimi sondaggi/studio della Fondazione europea Studi Progressisti (FEPS) sui “Millennials” europei e non. Contrariamente a quello che si crede, le giovani generazioni non si disinteressano alla politica; questi nuovissimi “Millennials” hanno capito, a differenza dei loro fratelli appena maggiori, di non aver più alibi. Ci guardano certo con rimprovero, non si fidano “dei politici” ed hanno ragione, ma sanno che tocca a loro. Non sarà una passeggiata, ma se vorranno davvero sopravvivere dovranno essere resilienti, autonomi e rendersi protagonisti di un cambiamento nel senso di uno Sviluppo Sostenibile che tenga insieme società, economia e Pianeta e che parta dal basso e dai territori. Anche perché se il dramma del nostro tempo sono le diseguaglianze, per combatterle occorre un progetto collettivo che si nutra di corpi intermedi sociali forti e rappresentativi, davvero radicati, e che assolvano ad una funzione di “transparency, accountability, empowerment” piacerebbe dire a qualcuno in inglese, in una parola di “emancipazione”.

Per fare tutto questo, i Progressisti europei, ed in particolare quelli che operano nelle istituzioni europee, Gruppo S&D in primis, dovrebbero risolutamente puntare sulla “narrative” dello Sviluppo Sostenibile per:

– spingere la Commissione a inglobare esplicitamente ed orizzontalmente gli SDGs nel suo Programma di lavoro. Si tratta di chiedere al Presidente Juncker di coniugare le sue dieci priorità in funzione dello Sviluppo Sostenibile (energia, sviluppo economico, politica estera, aiuti allo sviluppo, ma anche pilastro sociale, agricoltura…);

– ottenere una riflessione davvero integrata fra tutti gli attori, compresi società civile e partner sociali anche perché come abbiamo visto la riconversione industriale è parte essenziale di un nuovo modello;

– rendere tutti gli strumenti e le procedure al momento criptiche quali EU 2020, Semestre europeo, ect…coerenti con l’Agenda 2030 dell’ONU;

– considerare gli SDGs come le linee guida della nostra azione esterna, andando al di là di una concezione di “politica estera” che di estero/esterno ha più ben poco, ma è ormai squisitamente geopolitica;

– riorientare gli strumenti finanziari a disposizione dell’UE (ESF, EDF, DCI, EIB….) per realizzare gli SDGs; ripensare le Prospettive finanziarie (risorse e spese) in funzione di questo obiettivo.

In conclusione, lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite può contribuire a ridare senso al progetto europeo. Ci aiuta a pensare ad un’economia globale aperta, contro tutte le tentazioni populiste e ‘anti”, imponendo (questa volta per davvero…) alla globalizzazione di lavorare per tutti, preservando il Pianeta e le generazioni future. Bisogna cominciare una riflessione affinché diventi il programma dei Progressisti in vista delle elezioni 2019.

Anna Colombo

AC- Agosto 2016

 

 

 

 

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Réflexion : Crise et perspectives pour la social-démocratie européenne : 10 propositions pour une refondation

 

Le 19 octobre dernier, le groupe social-démocrate (S&D) au Parlement européen lançait #Together, un « processus conventionnel » de 18 mois, sorte de chantier des idées destiné à formuler des pistes pour réorienter l’Union européenne vers plus de justice et de durabilité[1]. #Together était accompagné d’un document stratégique interne rédigé par Gianni Pittella, président du groupe S&D[2]. Le même jour, Arnaud Leparmentier signait dans Le Monde un éditorial sur le « Requiem pour la social-démocratie »[3].

Le contexte est celui du Brexit, de la crise de l’Eurozone et de la crise migratoire auquel est venu s’ajouter le résultat des élections présidentielles américaines. Le programme de D. Trump, pouvant trouver un écho au-delà des Etats-Unis, s’attaque en effet à ce qui, depuis des décennies, constituait l’un des noyaux essentiels de toute perspective politique progressiste, à savoir : un certain équilibre entre classes moyennes et populaires d’une part, élites politiques et économiques d’autre part. Dans un pays – les Etats-Unis – marqué par des inégalités matérielles et symboliques considérables, une large partie des populations vulnérables se tourne désormais vers une offre politique visant à s’affranchir de toute référence à l’inclusion ou l’égalité. Derrière la virulence ou la grossièreté de la campagne se jouait une rupture sociologique et philosophique profonde. Nous y sommes.

Pourtant, sans cesser de condamner une offre politique qui fait le lit de tendances réactionnaires, on ne peut s’acquitter de notre tâche de militants progressistes européens en faisant fi des erreurs ou des limites de la social-démocratie elle-même. Ce n’est pas s’en détourner que dire qu’elle a failli ou que ses modes de perception du réel ont vécu : c’est au contraire une étape nécessaire pour réinventer collectivement ce qui doit l’être. Pour tous ceux qui, comme nous, pensent qu’il est urgent de refonder un tel référentiel politique, il est donc impossible de chercher à répéter le passé. Pour autant, il serait absurde d’ignorer d’où nous venons : malgré bien des limites, les déclinaisons multiples de cette famille politique ont permis de forger une certaine conscience de la paix entre les peuples, de la solidarité entre les groupes sociaux ou de la dignité des plus vulnérables, qui sont un legs inestimable.

Quand la crise se fait chaque jour plus profonde, l’heure ne doit pas être au basculement vers les extrêmes mais au rehaussement et à l’élargissement des idéaux qui ont su donner corps à une certaine culture de l’altérité. Ce que le philosophe allemand Axel Honneth appelle une « approche reconstructive » : revisitons ce qu’une culture politique a pu avoir de meilleur, même si sa mise en œuvre s’est avérée insuffisante, plutôt que de vouloir « faire péter le système », tentation nihiliste sur laquelle surfent les extrémistes de tous bords. Dans la période de doute que nous traversons, l’heure ne doit pas être au grand soir mais à la lucidité et à la refondation.

Il est vrai qu’à première vue, le diagnostic de l’état de la gauche dans les pays occidentaux paraît particulièrement critique. Prenons le cas des partis en Europe : ceux de la famille social-démocrate ont subi en 2016 des défaites amères en Espagne, en Croatie, en Irlande, en Lituanie, en République Tchèque, et les lendemains en 2017 ne sont enchanteurs ni aux Pays-Bas, ni en France ni en Allemagne. Seuls 7 des 28 Etats-Membres sont gouvernés par des partis sociaux-démocrates, le groupe S&D a clairement été relégué par le PPE à la deuxième place au Parlement européen (189 contre 216 Députés Européens) et la Commission Juncker ne comprend que 8 Commissaires socialistes sur 28 membres. La famille social-démocrate européenne compte peu de leaders charismatiques disposant d’une stature et d’un avenir potentiel européens – ne viennent à l’esprit que Martin Schulz, Federica Mogherini ou, peut-être, Paul Magnette. Le Parti Socialiste Européen (PSE) reste quant à lui très peu audible et a entamé un processus de renationalisation interne qui, de fait, privilégie le plus petit dénominateur commun entre partis nationaux. Les velléités de vitaliser le PSE par un militantisme de base ont été reportées aux calendes grecques. Au niveau national, des partis comme le Labour et les Partis Socialistes français et espagnol sont traversés par de profondes déchirures internes.

Ce diagnostic critique est-il la résultante d’évolutions sociologiques plus profondes qui condamneraient à terme la social-démocratie européenne ? C’est ce qu’affirme Gérard Grunberg, directeur de recherche émérite CNRS à Sciences Po et spécialiste de la gauche : « La social-démocratie ne parvient plus à tenir ensemble les différentes composantes qui ont pu en faire une force populaire puissante et capable de gouverner au cours des dernières décennies. Gouverner dans le nouveau contexte de la mondialisation est de plus en plus difficile pour des partis dont la légitimité se fondait sur une redistribution croissante et la réalisation du plein-emploi. Classes moyennes et classes populaires divergent désormais, menaçant la structure même de la social-démocratie. »[4]

Deux problèmes majeurs méritent d’être soulignés ici. Le premier tient à la conception exclusivement redistributive de la solidarité qui a prévalu tout au long de l’histoire de la social-démocratie. Dans une période de croissance nationale soutenue, traversée par des risques sociaux importants mais standardisables (chômage, santé, vieillesse, etc.), cette approche avait beaucoup de sens. Elle a permis d’opérationnaliser la solidarité et d’en faire, à l’échelle nationale, un levier majeur de la vie commune. Mais dans des économies de services globalisées et numérisées, où les gains de productivité stagnent, où les capitaux jouent des frontières nationales, où les risques sociaux et environnementaux se diversifient, une telle approche est devenue insuffisante.

Elle ne parvient plus à rendre compte des problèmes vécus par les travailleurs – voire, plus largement, par l’ensemble des populations à risque. Elle conduit à accroître constamment le périmètre de la sphère marchande, puisque c’est de cet accroissement que dépend le prélèvement des ressources nécessaires au financement de la solidarité. Enfin et surtout, elle ne parvient plus à éduquer les comportements sur le long terme. A force de penser la solidarité sur un mode redistributif, la social-démocratie a occulté l’enjeu éducatif qui devait être le sien. La solidarité ne se résume jamais à un montant d’allocations, fût-il généreux. Elle commande une transformation en profondeur des comportements et des choix collectifs. C’est vrai pour les nouveaux risques du travail – que serait une prime de burn-out ? C’est encore plus vrai pour l’acquisition de modes de vie écologiquement soutenables. Face à la finitude des ressources naturelles, une révolution du quotidien s’impose : y sommes-nous prêts ?

Mais il y a un second aspect, tout aussi névralgique. La social-démocratie européenne souffre du fait que les questions socio-économiques, ses domaines d’expertise et de compétence reconnus, ne figurent plus parmi les premières préoccupations des Européens. Selon la dernière enquête Eurobaromètre du printemps 2016[5], lorsqu’on interroge les citoyens sur leurs principales préoccupations, l’immigration demeure en tête des problèmes auxquels l’UE doit faire face (48 %, – 10). Le terrorisme (39 %, + 14) reste le deuxième élément le plus fréquemment cité, un chiffre en très forte hausse depuis l’enquête précédente, réalisée à l’automne 2015. Il arrive loin devant la situation économique (19 %, – 2), l’état des finances publiques des États membres (16 %, – 1) et le chômage (15 %, – 2). Derrière cette « nouvelle » hiérarchie de priorités se cache, en réalité, une série de questions que la social-démocratie n’a jamais su prendre au sérieux : celles qui concernent son rapport à la culture, au sens large du terme. Par-là, il ne faut pas entendre seulement la référence aux arts – bien que cela demeure essentiel –, mais le fait que toute dynamique socio-économique soit elle-même inscrite dans des rapports de sens, des rapports sociaux porteurs de significations profondes pour la vie en société.

Cela concerne aussi bien les manières de résister à la violence, les relations hommes-femmes ou la place du religieux dans un monde sécularisé que l’ouverture aux autres cultures, l’expérience de la vulnérabilité ou l’horizon d’un mieux-vivre pour tous. Pendant trop longtemps, l’idée que le travail productif servait de « grand intégrateur » a masqué les enjeux propres à ces questions. Mais une telle dissimulation est aujourd’hui devenue intenable. Ces enjeux culturels réclament, à leur tour, des réponses spécifiques. Des réponses qui se résument pas à de « simples coups de menton » mais mobilisent des processus de négociation analogues à ceux qui ont longtemps servi de support au dialogue social. En d’autres termes, les défis culturels exigent de reconstruire des acteurs et des institutions à la hauteur des défis, ce que la social-démocratie n’a jamais su élaborer. Mais là encore, y sommes-nous prêts ?

Alors, ce référent politique tant décrié vit-il une crise d’agonie ? Nous ne le pensons pas. Sans invoquer, comme Henri Weber, directeur des études auprès du Premier secrétaire du Parti socialiste français, sa seule capacité de résilience[6], nous sommes convaincus qu’une refondation de la social-démocratie est possible, à condition de ne pas s’en tenir à faire renaître le passé mais à poser les jalons pour réinventer une social-démocratie européenne pour le XXIe siècle.

Par définition, cette réinvention ne peut pas se limiter à préserver une grande œuvre nationale, à travers le développement des « services publics administrés », la « réduction uniforme du temps de travail sur le territoire national », ou encore une conception jacobine de la loi, qui verrait dans celle-ci la concrétisation systématique de l’intérêt général. Si le développement d’une offre de services publics ou la diminution du temps de travail demeurent des enjeux de premier plan, il s’agit non seulement de réinventer des contenus, mais de changer d’échelle – concrètement de s’inscrire délibérément dans un cadre européen, tout en réaffirmant la hiérarchie des normes à l’échelle nationale ou l’ouverture de processus de négociation plus décentralisés, à l’échelle des territoires ou des bassins d’emploi par exemple. Car l’avenir de la social-démocratie et celui de l’Europe sont inextricablement liés. L’une a été en grande partie le fruit de l’autre ; l’une et l’autre sont dans l’obligation politique et morale de produire de nouveaux espoirs pour redonner du sens à l’action politique, légitimer l’action régulatrice et ouvrir la voie à de nouvelles manières de « se relier » mutuellement. Aucun des grands défis politiques actuels – ni la régulation de la finance, ni l’éradication du terrorisme, ni la maîtrise des flux migratoires, ni l’intégration des minorités, ni la lutte contre le réchauffement climatique – n’a de solution nationale.

Alors, que faire ? Voici 10 propositions pour une refondation :

  1. Exercer un droit d’inventaire sur les erreurs passées de la social-démocratie européenne doit être le point de départ du processus de refondation. Il ne suffit pas de rejeter sur les forces néolibérales et conservatrices la responsabilité de la crise, voire de la situation actuelle dans son ensemble. Le projet proposé par la social-démocratie doit redevenir positif avec un projet commun pour améliorer notre société au profit du plus grand nombre dans un contexte où l’individualisation de nos sociétés a nourri des intérêts personnels souvent contradictoires. Il est intéressant que le document stratégique de Gianni Pittella s’essaie à cet exercice trop rare d’autocritique : oui, la famille social-démocrate a échoué à établir une nouvelle gouvernance mondiale de la globalisation dans les années 90 et, oui, la gauche a trop souvent échoué à apparaître comme alternative claire aux politiques de la droite. A tel point qu’aujourd’hui le clivage politique majeur risque de ne plus être celui de la gauche et de la droite mais de l’ouverture sur le monde ou du repli national.
  1. Ce droit d’inventaire doit aller de pair avec un langage de vérité, au moment des élections européennes en particulier. Il est contre-productif de promettre des « lendemains qui chantent » et une « rupture avec le passé » lorsque les sociaux-démocrates ont une responsabilité directe dans le bilan de la Commission européenne sortante – pour mémoire, ils y représentaient un bon tiers des Commissaires – ou celui du Parlement européen – où l’écrasante majorité des textes est adoptée dans des constellations de coalition avec le soutien des députés européens du groupe S&D. Si rupture il doit y avoir, elle doit se faire vis-à-vis de la tendance à une renationalisation des politiques européennes, que l’on voit s’opérer à tous les niveaux : au niveau des partis politiques européens à travers la recherche de consensus sur base d’un plus petit dénominateur commun et l’octroi de fait de droits de veto aux partis nationaux ; par l’affirmation de la prééminence politique du Conseil Européen sur la Commission ; par le recours à une base intergouvernementale pour la création de mécanismes de gestion de crise ; par le moins-disant budgétaire pour les politiques de l’UE.
  1. Il est illusoire de céder à la tentation de construire des majorités à travers des alliances par défaut. La famille social-démocrate est aujourd’hui, clairement, la deuxième formation politique en Europe : elle doit prendre acte de ce qui est le résultat des urnes. Dans ce contexte, elle a tout intérêt à se restructurer sur des bases politiques et programmatiques saines plutôt que de chercher à  « grappiller » des alliés pour des considérations tactiques incertaines. En clair, le prix à payer pour garder des formations à relents xéno- et homophobes au sein de la famille socialiste, comme le parti SMER du premier ministre slovaque Fico, met en évidence une absence grave d’homogénéité et de cohérence éthiques au plus haut niveau de l’appareil politique européen. Une telle situation prive la famille socialiste de toute légitimité dans ses attaques sur les régimes liberticides en Pologne et en Hongrie et se paiera dans les urnes européennes en 2019. La constance dans les principes et les valeurs est toujours payante en politique.
  1. Concrétiser la promesse de l’Europe sociale est devenu une question vitale pour cette famille politique. En la matière, une social-démocratie européenne renouvelée doit être en mesure de prendre des engagements forts mais réalistes. Au lieu de promettre tous les 5 ans, en amont des élections européennes, le grand soir d’une Europe sociale dont la déclinaison concrète est elle-même très disputée entre partis socialistes nationaux, il vaudrait mieux qu’elle défende l’idée que  « la mission sociale de l’Union (doive) (…) s’exprimer dans tous les domaines d’activité de l’Union comme une véritable politique horizontale »[7]. Dits en d’autres termes : plutôt que de promettre par exemple un futur traité social qui reprendrait pour l’essentiel des dispositifs déjà existants mais non appliqués – et dont le niveau d’ambition se trouverait forcément limité par l’exigence d’unanimité au niveau du Conseil Européen, il est beaucoup plus prometteur de proposer une panoplie de mesures de progrès social dont, par exemple, la création d’une allocation chômage européenne, d’une agence européenne d’inspection du travail ou l’introduction d’une « règle d’or pour l’investissement social », permettant d’exclure certaines dépenses sociales du calcul du déficit public ou de fixer des seuils minima d’investissements sociaux. Parallèlement, la lutte contre le dumping social, le rapprochement des fiscalités qui pèsent sur l’activité économique et l’effort pour penser une redistribution efficace face à la financiarisation du capitalisme doivent demeurer des priorités et être promues par un combat continu, tenace et déterminé.
  1. Dans cette perspective, il est essentiel de se redonner une philosophie du travail face à la mondialisation des capitaux. Les politiques nationales de lutte contre le chômage sont parvenues à hisser celui-ci au rang de priorité absolue. Ces politiques ont cependant donné lieu à des résultats mitigés et ont abouti à ce que le travail soit le grand oublié des « ajustements » nécessaires aux améliorations de l’emploi. En faisant abstraction de l’une des expériences centrales de la vie en société, dans laquelle chaque citoyen découvre le prix de l’inégalité et de l’injustice, ces politiques ont opposé le travail et l’emploi au lieu de les articuler.

Surtout, elles ont abandonné à la seule tradition libérale l’enjeu politique majeur que constitue la capacité à qualifier ce qui est socialement juste. Ces dernières années, « le mérite individuel » s’est substitué à tous les efforts mis en œuvre par les politiques sociales (à l’échelle des Etats) ou les politiques de ressources humaines (à l’échelle des entreprises) pour énoncer ce qui devait être ou non accepté dans le monde du travail. Pourtant, les problèmes ne manquent pas…Travailleurs pauvres, emplois précaires, inégalités salariales, mais aussi « burn-out », situations à risque, exclus de l’intérieur : autant de défis qui auraient dû donner lieu à un vaste ensemble d’initiatives de la part de la famille social-démocrate, alors que l’OIT s’apprête à « fêter », en 2019, un siècle d’existence.

Il est vrai que, dans ce domaine, les injustices se sont largement diversifiées. Il est également vrai que les acteurs syndicaux sont trop souvent pris en étau, entre le déséquilibre des forces à court-terme et l’absence de vision à long-terme. Il vrai, enfin, que la double révolution numérique et individualiste a bouleversé des pans entiers de la vie de travail. Mais de telles secousses doivent mener à tout… sauf à l’inaction. Travail décent, travail digne, travail plus juste : des qualificatifs existent aujourd’hui, qui disent tous l’urgente nécessité de reconstruire une vision pour le travail humain, dans l’économie de services globalisée et numérisée qui est désormais la nôtre.

  1. De même, il importe de prendre à bras-le corps le défi écologique, en inscrivant la soutenabilité dans tous les domaines de la vie commune, face aux enjeux de la vulnérabilité des personnes, des ressources et des territoires. La famille social-démocrate européenne ne peut se limiter à défendre une approche quantitative de la croissance – laquelle repose sur le seul indicateur du PIB, la réduction des déficits et une approche productiviste de l’économie –, en particulier lorsque la croissance mesurée est de moins créatrice d’emplois durables. De fait, il importe de comprendre que la croissance n’est pas seulement un taux mais un type d’orientation économique déterminé par les politiques publiques[8]. Au vu de la réticence de la Commission Européenne à proposer une stratégie de développement à long terme qui prendrait la succession de la Stratégie Europe 2020, une opportunité programmatique se dessine sur ce sujet pour la famille social-démocrate – du type « Nouvelle Europe » avec un plan quinquennal 2020-2025 fondé sur des priorités politiques claires et un budget européen à la hauteur des enjeux.

Après avoir trop longtemps fermé les yeux sur la prédation des ressources naturelles accompagnant le développement capitaliste, il s’agit désormais d’organiser une double révolution : technologique, dans les capacités d’extraction et de traitement d’énergies non-polluantes ; comportementale, dans la capacité à générer des activités sobres en consommation de matière, mais riches en services relationnels. Plus largement, l’horizon est bien de formuler un projet de civilisation qui, face à l’accélération généralisée des rythmes et des flux, érige la soutenabilité en principe de réorganisation des relations sociales dans tous les domaines de la vie en commun.

La notion de « travail soutenable » peut être un point d’appui intéressant. Mais d’autres perspectives suscitent également l’intérêt, à l’instar de celle de « care ». Contrairement à bien des stéréotypes, « prendre soin » n’ouvre ni sur un affaiblissement de la solidarité ni sur une société naïvement protégée de l’affrontement entre groupes sociaux. Il s’agit plutôt de situer l’exigence de solidarité aux extrêmes de la vie humaine (naissance, grand âge, mais aussi handicaps, etc.) pour résister, d’une part, à la « marchandisation de l’humain », que le capitalisme est tenté de mettre en œuvre dès lors qu’il s’adresse aux plus faibles, mais aussi, d’autre part, à sa bureaucratisation, devant un Etat social essentiel à la cohésion sociale mais incapable de prendre en charge l’altérité au quotidien.

Il s’agit également d’attaquer les inégalités à leur source, en ne se limitant pas à une solidarité uniquement compensatrice et en donnant une véritable égalité des chances aux premiers concernés par ces questions. Le développement d’une politique de « care » suppose d’appuyer les activités de soutien entre personnes, mais cela n’exclut pas la création de nouvelles institutions.

  1. Investir plus clairement des thématiques qui ne sont pas les spécialités originelles de la social-démocratie européenne. Celle-ci doit être en capacité d’arrêter des positions clairement identifiables dans des domaines comme la sécurité ou les migrations, pour lesquels elle a pu, dans le passé, laisser un monopole ou chercher à imiter d’autres partis, en règle générale de droite[9]. Sur ce terrain, elle a trop souvent donné l’impression de céder aux modes sans avoir de doctrine propre, en matière de sécurité, de défense européenne ou de renseignement, mais aussi de défense des droits fondamentaux face à la mondialisation néolibérale ou de de place de l’Europe dans la géopolitique internationale.

On n’oubliera pas, à cet égard, la véritable « leçon de choses » donnée par Angela Merkel au plus fort de la crise des réfugiés, quand elle engageait son pays dans une politique d’accueil courageuse, à l’heure de la montée de l’extrême droite en Allemagne et en Europe. Celle qui, aujourd’hui encore, refuse d’envisager un assouplissement du pacte de stabilité, une mutualisation des dettes nationales ou une politique d’investissement dans les infrastructures publiques à l’échelle de l’Union. Plutôt que de se lamenter de la relative aphonie des sociaux-démocrates au niveau européen sur ce sujet, il faut prendre cette situation comme un événement et un problème : saluer le courage de certains décideurs dont on ne partage pas les idées, mais s’interroger sur la crise de la parole publique dans les enceintes de la social-démocratie, devenue peureuse ou ignorante de ses propres idéaux.

Il est vrai que, dans ces domaines, une clarification s’impose entre la réaffirmation de « principes » et la formation de compromis concernant leur « mise en œuvre ». Nul Etat membre n’est en mesure de répondre, à lui-seul, aux conséquences migratoires des conflits du Proche-Orient – l’Italie et l’Espagne le savent mieux que d’autres. Mais une telle difficulté ne peut avoir pour conséquence de renoncer aux principes constitutifs d’une tradition politique. Face aux Printemps arabes et à la guerre en Syrie, la voix de la social-démocratie européenne a tremblé, quand elle aurait dû parler avec force et constance. En la matière – faut-il le rappeler ? –, le principe, c’est l’accueil. La négociation porte sur les moyens, les conséquences, la mise en œuvre. La social-démocratie européenne s’est enlisée en transigeant sur l’essentiel.

  1. « Se ré-institutionnaliser » : organiser la régulation des nouveaux champs économiques comme marqueur de l’action politique. L’idéologie social-démocrate a toujours reposé sur la foi dans la capacité des autorités publiques à réguler l’activité économique. Aujourd’hui le défi à relever est d’apporter des réponses de régulation dans l’économie circulaire, l’industrie 4.0, etc. Certes, l’excès de réglementation peut tuer l’innovation mais l’absence de mesures réglementaires génère elle-même de l’incertitude, susceptible d’inhiber les investissements et le développement du secteur. En règle générale, tout cela aboutit au moins-disant en termes de droits sociaux et de droits du consommateur. Il est d’ailleurs saisissant, d’un point de vue social-démocrate, de faire le parallèle entre le coût de la non-régulation et le coût de la non-Europe dans ces nouveaux champs économiques[10].

Pour relever le défi, la social-démocratie européenne doit redéfinir les cadres institutionnels de l’activité économique mondialisée : traités internationaux valorisant les personnes ou les Etats plus que les biens et services marchands, Etats sociaux visant à organiser la continuité des revenus et des droits face à la discontinuité des activités, développement d’un impôt (Piketty) ou d’une allocation (Van Parijs) universels en vue de réduire les inégalités massives, politiques d’investissement dans les infrastructures publiques devant permettre aux populations les plus discriminées d’accéder à des biens communs de proximité, etc. Sur tous ces aspects, une social-démocratie renouvelée doit faire preuve d’ingéniosité et de réalisme, en encastrant les échanges marchands dans des dispositifs qui, sans les étouffer, les réinscrivent dans la perspective d’une société plus juste.

  1. Se « désinstitutionnaliser » : s’appuyer sur les résistances et l’inventivité des mouvements sociaux pour agir politiquement. De par sa longue participation à l’exercice de gouvernement à tous les niveaux – européen, national, régional et local –, la famille social-démocrate souffre d’être identifiée au pouvoir en place. Un élu ou un candidat social-démocrate apparaît désormais plus comme l’incarnation du « système » que comme le vecteur de revendications de la part de ceux qui souffrent d’injustices sociales ou qui dénoncent des insuffisances de la démocratie représentative[11]. Il est pourtant urgent de trouver les réponses face à ce sentiment diffus de « dépossession » (Gianni Pittella, Judith Butler), de plus en plus prononcé dans l’ensemble des sociétés européennes et sur lequel l’extrême droite surfe allégrement. Pour ce faire, elle doit être moins dans la défense des « bilans » » et davantage se mettre en capacité de proposer des perspectives en offrant une vision à mettre en œuvre, non seulement à travers les programmes de parti ou les structures de l’Etat, mais aussi, de façon plus décentralisée, à travers les dynamiques associatives, la négociation collective et les autres processus participatifs issus des mouvements sociaux, sur lesquels la social-démocratie reposait antérieurement.

Sans idéaliser ces derniers, on doit prendre la mesure de la transformation socio-culturelle qui s’opère sous nos yeux : le combat pour la régulation de la mondialisation commence là, l’inventivité aussi. Pour autant, rien ne se serait plus dangereux que d’opposer société civile et institutions : les deux sont absolument nécessaires à une action politique transformatrice. Le rôle d’une social-démocratie repensée est de connaître ces initiatives, d’en saisir la portée normative et de leur donner le cadre institutionnel nécessaire pour qu’elles permettent de faire aboutir les transformations nécessaires.

Se « désinstitutionnaliser » signifie donc, dans la continuité des travaux de sociologues comme l’Allemand Wolfgang Streeck ou le Portugais Boaventura de Sousa Santos, d’accepter et de mettre en œuvre un changement de logiciel dans l’offre et la communication politiques. L’enjeu pour les gauches d’aujourd’hui n’est plus de convaincre de l’inéluctabilité (cette fameuse « Alternativlosigkeit »[12] chère à Angela Merkel) de telle ou telle orientation choisie en invoquant l’autorité de « l’expertise technocratique ». Il s’agit certes toujours de produire de nouvelles alternatives mais aussi de reconnaître les alternatives qui existent déjà dans la société. Selon les mots de Boaventura de Sousa Santos, « il faut une pensée alternative sur les alternatives ».

  1. Reste l’horizon même du projet politique européen, qu’il est devenu urgent de reformuler pour résister aux tentations ultra-conservatrices de « récit national », dont on voit mal à quoi elles peuvent mener sinon à une concurrence toujours plus poussée des cultures et des nations. La paix – au sens de l’absence de conflit armé qui a prévalu en Europe – a longtemps formé l’épine dorsale du discours européen. Mais elle était elle-même une forme historique particulière : dans le contexte de la guerre froide, elle s’était forgée sous la menace du bloc soviétique, tout en étant travaillée par l’enjeu de l’égalité que, de son côté, le communisme cherchait à déployer à grande échelle par l’entremise de l’Etat totalitaire. Sa mise en œuvre allait de pair avec le développement des Etats-providence et l’existence de solidarités instituées qui, rétrospectivement, honorent la social-démocratie européenne. Or, près de trois décennies après la chute du Mur de Berlin, alors que la transmission mémorielle des guerres mondiales s’affaiblit, cette forme historique a vécu. Dire cela ne doit pas conduire à en sous-estimer les acquis considérables. Mais pour les nouvelles générations, ce « discours de la paix » ne porte plus, quand il n’est pas devenu contre-productif.

De fait, la violence a pris de nouvelles formes, à fois plus éruptives (le terrorisme djihadiste en est l’expression même) et plus diffuses (ces violences internes à nos modes d’organisation dont on ne parle plus). Parallèlement, la solidarité est en panne et le cynisme fait son grand retour dans l’espace public. Pourtant, la créativité et l’intelligence collectives n’ont sans doute jamais été aussi patentes, à tous les étages de la société.

Il est donc temps pour l’Union européenne, non pas d’édicter un projet en se référant à des « valeurs abstraites » que le réel contredit quotidiennement, mais d’accompagner cette reformulation de notre rapport au monde. La paix doit être réécrite dans le sens d’une résistance aux différentes formes de violence, à commencer par celles qui font mourir des milliers de réfugiés aux portes de l’Europe. La solidarité doit contribuer à forger de nouvelles régulations, mais aussi de nouvelles coopérations avec les plus vulnérables. Devant le grand retour du cynisme, l’intelligence doit œuvrer au développement de sociétés ouvertes, permettant de faire de la pluralité des modes de vie, des cultures et des formes économiques un véritable patrimoine collectif.

Cet effort implique la capacité de penser hors des cadres institutionnels existants ou, en tout cas, de ne pas mettre les seules questions institutionnelles au cœur de la réflexion social-démocrate. Au niveau européen, cela devrait conduire à soutenir, plus que jamais, l’exigence d’égalité des citoyens européens « par-delà les frontières nationales » et, plus fortement encore, l’ambition de construire une « république européenne »[13]. Qui sait si s’engager dans cette voie n’aurait pas bien plus d’effets qu’on ne le pense ? A nos yeux, elle devrait permettre à la social-démocratie d’être – enfin ? – en phase avec une tendance majoritaire dans l’opinion publique : selon le sondage Eurobaromètre précité, deux tiers des Européens (66 %, + 2) se sentent citoyens de l’UE. Ce sentiment est partagé par une majorité de répondants dans 26 États membres. L’histoire européenne peut prendre un autre cours que celui de la désintégration et de la renationalisation. Dans la crise profonde que nous traversons, il n’est pas trop tard pour agir.

par #LosAmigosenEuropa – Cercle de réflexion progressiste sur l’avenir de l’Europe et des gauches,
basé à Bruxelles @EuropeGauche https://europegauche.wordpress.com/

[1] http://www.socialistsanddemocrats.eu/europe-together

[2] http://politi.co/2dnCc7I

[3] http://www.lemonde.fr/idees/article/2016/10/19/requiem-pour-la-social-democratie_5016344_3232.html#szMvjgIHxeAO5msU.99

[4] http://www.lemonde.fr/election-presidentielle-2017/article/2016/10/17/gerard-grunberg-la-candidature-meme-de-francois-hollande-est-en-question_5014981_4854003.html#OHFKcX2D6q7AzWDU.99

[5] http://ec.europa.eu/COMMFrontOffice/publicopinion/index.cfm/Survey/getSurveyDetail/instruments/STANDARD/surveyKy/2130/

[6] http://www.lopinion.fr/edition/politique/henri-weber-ps-social-democratie-est-force-extraordinairement-111212

[7] Fernandes Sofia et Rinaldi David, « L’Europe sociale existe-t-elle ? », Institut Jacques Delors, 07 Septembre 2016. http://www.institutdelors.eu/011-23531-L-Europe-sociale-existe-t-elle.html

[8] Michael Jacobs & Mariana Mazzucato (éd.), Rethinking Capitalism, Political Quarterly Monograph series, Juillet 2016

[9] Bröning Michael, « How the European Left Can Survive », Politico, 27 octobre2016

[10] Service de recherche du Parlement européen, The Cost of Non-Europe in the Sharing Economy (Le coût de la non-Europe dans l’économie du partage) http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2016/558777/EPRS_STU%282016%29558777_EN.pdf

[11] Raed Saleh, “Von der Volkspartei zur Staatspartei“, Der Tagesspiegel, 27 septembre 2016

[12] Von Altenbckum Jasper, « Politik als Kampagne », Frankfurter Allgemeine Zeitung, 22 octobre 2016, p.1

[13] http://abonnes.lemonde.fr/idees/article/2016/06/28/une-republique-europeenne-pour-redonner-de-l-elan-a-une-democratie-europeenne_4959786_3232.html > Ulrike Guérot, Warum Europa eine Republik werden muss – eine politische Utopie, Dietz Verlag, Bonn, 2016

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Der tiefschwarze Kandidat

ZeitNähe zu Putin, mehr Europa, Atomkraft: Der französische Präsidentschaftskandidat Fillon wäre für Deutschland ein zum Teil unangenehmer Partner. Der Mann mit den roten Socken und tiefschwarzen Überzeugungen könnte auch in Europa eine Menge verändern: François Fillon, frisch gekürter Präsidentschaftskandidat der französischen Republikaner, hat ein ultraliberales Programm: Er will 500.000 Beamtenstellen streichen, Steuern für Unternehmen senken und die Arbeitszeit im öffentlichen Dienst von derzeit 35 Stunden auf 39 Stunden erhöhen. Der Hobby-Rennfahrer verkauft sich als radikalen Reformer. 

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UKIP ‘used EU cash’ for Brexit campaign

EuractivUKIP allegedly used almost half a million euros of EU cash to pay for its Brexit and election campaigns, in breach of European Parliament rules. According to the audit, taxpayers’ money was used to pay for polling before the UK general election, and the EU referendum by the Alliance for Direct Democracy in Europe, which is dominated by UKIP.

Some other parties have been asked to return funds, most of the time because cash went unspent. But none have been hit with a bill of similar size.

A decision will be made on Monday on whether to force the party to pay back more than €170,000. An ADDE spokesman said the party was prepared to go to court.

The secrecy and complexity of European Parliament funding and expenses rules create a culture that encourages the kind of abuse that UKIP is accused of.

The Parliament spends nearly €40 million a year on 751 MEPs’ “general expenditure allowances”, payments they receive on top of their €96,240 a year salaries.

The allowance is roughly €4,299 per month per MEP in 2014. It is meant to cover the costs of offices, telephones and computers, but israrely, if ever, scrutinised.

Last year, a group of 29 journalists took the European Parliament to court in a bid to make MEPs’ expenses more transparent.

Simply by turning up to work and signing in, MEPs can pocket €304 a day, without having to show as much as a receipt.

After dealing with the UKIP funding scandal, the Parliament should bring its own house in order and introduce some proper standards of financial transparency and accountability.

By James Crisp

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Schulz gives up European Parliament to return to politics

EuractivHe will not seek a third term at the helm. Instead he will run for the Bundestag. A top job in a future Merkel coalition beckons. The decision has weakened Jean-Claude Juncker’s grip on the European Commission presidency. Juncker made no secret of his desire for his old pal to stand again. He even threatened to quit if Schulz skipped town, according to reports later strenuously denied by his officials.

Schulz had backed Juncker for Commission president. Juncker backed Schulz. They both backed Donald Tusk, and Tusk backed both of them.

In many ways it was the classic EU stitch-up. The European People’s Party and Socialists and Democrats working hand in glove andbehind closed doors to defang any dissent.

Supporters of such grand coalitions claim they are necessary to stop so-called populists derailing the European project.

Well, the populists are doing pretty well at the moment. Possibly because the two biggest European political parties are in bed with each other.

I don’t want my socialists and my conservatives agreeing on everything. I want them at each other’s throats, fighting for what they are meant to be standing for.

But that didn’t happen under Schulz. Instead you had a gaggle of neutered MEPs swallowing down whatever was precooked by Martin and Jean-Claude.

Today, Juncker said his good relationship with Schulz had led to a harmonious relationship between the Commission and Parliament.

It led to a whipped, tamed parliament that could, at best, make a show of scrutiny before falling into line.

Despite what some in Brussels believe, people aren’t stupid. They know sham democracy when they see it.

By James Crisp

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« Et si on arrêtait les conneries… ? » Daniel Cohn-Bendit – 14 décembre 2016 19h à Nantes – STEREOLUX

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« Et si on arrêtait les conneries… ? » Le livre publié, il y a quelques mois, par Daniel Cohn-Bendit, sert de toile de fond à cette nouvelle conférence-débat organisée par le « Collectif du 30 novembre » qui réaffirme plus que jamais sa conviction qu’il appartient désormais à la société civile de s’emparer de cette réflexion.

Cette soirée sera également l’occasion de retrouver Pape DIOUF, journaliste et exprésident de l’OM, mais aussi témoin engagé de ce système politique à bout de souffle, qui a proposé une alternative citoyenne aux Marseillais en s’appuyant sur des forces vives de la société civile, lors des municipales 2014 à Marseille, avec les listes « Changer la donne ». Son expérience et son regard seront des contrepoints précieux au propos de Daniel COHN-BENDIT.

Rassira El Moaddem, Directrice du Bondy Blog, animera cette conférencedébat.

LE COLLECTIF 3011

Pour toute information relative à cet événement : collectif3011@gmail.com

Entrée Libre

 

 

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Was bedeutet der Trump-Sieg für deutsche Arbeitnehmer?

DGBWie wirkt sich der Wahlsieg von Donald Trump auf die deutsche Wirtschaft und damit auf Arbeitsplätze in Deutschland aus? Welche Branche könnte besonders betroffen sein? Was bedeutet ein US-Präsident Trump eigentlich für TTIP?  Und warum kam die wohl zynischste Reaktion auf Trumps Wahlsieg von einem Heidelberger Zementhersteller? Wir haben die Antworten.

Eine Reihe von Experten sieht die Wahl Donald Trumps mit Blick auf die wirtschaftliche Entwicklung äußerst kritisch – weil der neue US-Kurs massiven Einfluss auf die Weltwirtschaft und damit auch auf deutsche Arbeitsplätze haben könnte.

« …weil der neue US-Kurs massiven Einfluss auf die Weltwirtschaft und damit auch auf deutsche Arbeitsplätze haben könnte. »

Prognosen nach unten korrigieren – « Risiko für die Weltwirtschaft »

Das Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung (IMK) meint, Trumps Wahlsieg « könnte auch die Wachstumsaussichten für die deutsche Wirtschaft deutlich verschlechtern ». Laut Konjunkturbarometer des IMK ist die Wahrscheinlichkeit für einen wirtschaftlichen Abschwung in Deutschland zwar leicht gesunken – allerdings lag der Stichtag für die Konjunkturdaten vor der US-Wahl: Die Reaktionen und möglichen Folgen von Trumps Sieg konnten also noch nicht in die Prognose einfließen.

« Wenn Donald Trump wirklich das umsetzt, was er im Wahlkampf angekündigt hat, werden wir unsere Prognosen signifikant nach unten korrigieren müssen », erklärt IMK-Direktor Gustav Horn. Auch IMK-Experte Peter Hohlfeld ist überzeugt: « Sollte Donald Trump tatsächlich die protektionistischen Maßnahmen ergreifen, die er im Wahlkampf angekündigt hat, werden die USA zum Risiko für die weltwirtschaftliche Entwicklung. »

DGB fordert nach Trumps Sieg einen Kurswechsel in der deutschen Wirtschaftspolitik

Der DGB hofft, dass Trumps Wahlsieg in Deutschland für ein Umdenken sorgt. Es brauche « einen Kurswechsel in der Wirtschaftspolitik. Vor allem bei der Elite der ökonomischen Zunft », heißt im DGB-klartext (Ausgabe 42/2016). Der Trump-Sieg habe gezeigt, « welche Folgen es haben kann, wenn Politik Abstiegsängste und soziale Probleme vernachlässigt ». Der DGB-klartext kritisiert vor allem den Sachverständigenrat zur Begutachtung der gesamtwirtschaftlichen Entwicklung (SVR) – die so genannten Wirtschaftsweisen. Diese hatten in ihrem kürzlich vorgelegten Jahresbericht erneut unverändert neoliberale Positionen gepredigt. Unter anderem forderten die Wirtschaftsweisen weiter staatliche Sparpolitik, eine Ausweitung des Niedriglohnsektors und die « Rente mit 71 ». Lediglich Peter Bofinger sprach sich als einziger « Wirtschaftsweiser » gegen diesen neoliberalen Mainstream aus, lobt der DGB-klartext.

Bofinger: Unsicherheit nach Wahl « Gift für die Weltwirtschaft »

« Wirtschaftlich ist das größte Problem nun die große Unsicherheit », sagte Bofinger dem Tagesspiegel. « Trump ist unberechenbar. Man weiß nicht, was er politisch, was er ökonomisch nun tatsächlich vorhat. Für die Weltwirtschaft ist diese Unsicherheit Gift. » Zumindest in diesem Punkt stimmt Bofinger mit Michael Hüther, Direktor des Instituts der deutschen Wirtschaft Köln (IW), überein: Die « unabsehbare Ungewissheit » nach dem Ergebnis der US-Präsidentschaftswahl belaste Finanzmärkte und Investitionen, so Hüther auf Twitter. « Wenn Trump zu machen versucht, was er im Wahlkampf so ziemlich wirr und zusammenhanglos erzählt hat, dann heißt das Abschottung, Isolation, Diskriminierung und explodierende Staatsverschuldung », meint Hüther gegenüber dem Tagesspiegel. « Die deutsche Wirtschaft wird nicht mehr so einfach auf die USA als Exportzielland Nummer 1 setzen können. »

Welche Branchen sind in Deutschland besonders vom Export abhängig?

Denn die USA sind für die deutsche Wirtschaft immer noch das größte Exportland: Deutschland exportierte 2015 Waren im Wert von 113,9 Milliarden Euro in die Vereinigten Staaten. Eine wirtschaftliche Abschottungspolitik der USA hätte also auch massive Folgen für die deutsche Wirtschaft. Zu den Haupt-Exportbranchen gehören in Deutschland die Automobil- und Fahrzeugindustrie, der Maschinenbau, die Elektroindustrie und die Optische Industrie sowie die Chemische und die Pharmaindustrie (siehe Grafik).

Deutsche Exporte 2015 nach BranchenGarfik: DGB; Daten: Statistisches Bundesamt

DAX-Konzern HeidelbergCement: « Das spült Geld in die Kassen »

Eine der zynischsten Reaktionen auf Trumps Wahlsieg gab es von einem deutschen DAX-Konzern-Manager: Bernd Scheifele, Vorstandsvorsitzender von HeidelbergCement, meint zwar auch, dass die Unsicherheit über den Kurs der USA kurzfristig Nachteile habe. Doch mittelfristig sei er « positiv gestimmt », so Scheifele. Denn HeidelbergCement ist als Zementlieferant auch in Arizona und Texas aktiv: Wenn Trump sein Wahlversprechen tatsächlich wahr macht, eine Mauer an der Grenze zu Mexiko zu bauen, winken dem DAX-Konzern volle Auftragsbücher.

Und wenn dann noch der Dollarkurs wegen der Unsicherheiten an den Finanzmärkten nach der US-Wahl steige, wäre das für HeidelbergCement aufgrund der Währungsgewinne positiv. « Das spült ordentlich in die Kasse », wird Scheifele etwa im Manager Magazinzitiert.

« TTIP hat keine Chance mehr »

Für das geplante transatlantische Freihandelsabkommen zwischen der EU und den USA dürfte Trumps Präsidentschaft allerdings das endgültige Aus bedeuten, meinen viele Ökonomen. TTIP habe « keine Chance mehr », so etwa IMK-Direktor Gustav Horn. Das sei aber « beileibe auch kein Schaden ». Auch der DGB lehnt TTIP in der vorliegenden Form ab. Der DGB-Vorsitzende Reiner Hoffmann hatte bereits Anfang September 2016 gesagt, er gebe « TTIP zum gegenwärtigen Zeitpunkt überhaupt keine Chance ». Das Abkommen sei « in der politischen Realität gescheitert ».

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Greece : Strike on Thursday 24 November against more flexibility and flexible contracts on civil servants

EpsuDear Colleagues, Dear Friends,

Our Greek colleagues of Adedy will be on a 24h strike on Thursday 24 November. They are protesting the new measures to impose more flexibility and flexible contracts on civil servants.  

For more information please:www.epsu.org/article/solidarity-greek-civil-servants-general-strike-24-november

Our colleagues appreciate your message of support in English or your language: Adedy  adedyed@adedy.gr

Thanks for sending our colleagues a message of support.

In Solidarity,

Jan Willem Goudriaan

EPSU General Secretary

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La corruption perçue comme un problème majeur en Europe

logo_tribune_petit_0_0Les citoyens européens interrogés par Transparency international ont exprimé leur insatisfaction à l’égard de la corruption qui règne dans leur pays. Dans le contexte de la montée des extrêmes, ces résultats alarmants indiquent que les efforts faits en matière de lutte contre l’argent sale semblent insuffisants.

« La corruption est un problème significatif à travers l’Europe et les régions d’Asie centrale » a récemment affirmé le président de Transparency international José Ugaz. Le dernier baromètre publié par l’ONG sur la perception des citoyens relative à la corruption en Europe est alarmant. Sur les 60.000 personnes interrogées à travers 42 pays, un tiers pense que la corruption constitue un problème majeur. Quelques pays comme l’Arménie, la Bosnie, la Lituanie, la Moldavie, et la Russie « sont marquées par une perception élevée de la corruption parmi les parlementaires, un fort taux de corruption et un environnement social négatif pour engager des actions contre la corruption. »

Une forte perception de la corruption dans les pays de l’Est

D’après les résultats obtenus, les habitants d’Europe de l’Est considèrent la corruption comme un problème majeur dans leurs pays. Plus de 60% des interrogés ont exprimé cette opinion en Moldavie, au Kosovo et en Ukraine. A l’inverse, peu de répondants en Allemagne, Suède et en Suisse perçoivent ce phénomène comme un souci. En France, 23% des personnes questionnées estiment la corruption comme problématique.

Des mesures anticorruption jugées insatisfaisantes

Les sondés se révèlent insatisfaits des actions prises par leurs gouvernement respectifs pour lutter contre la corruption. Plus de la moitié (53%) déclarent que leur gouvernement se comporte mal pour combattre ce fléau et moins d’un quart se déclarent satisfaits des mesures prises. Les gouvernements ukrainien (86%), moldave (84%), bosniaque (82%) et espagnol (80%) sont les instances les plus mal jugées par leurs citoyens. A l’inverse, les Suisses, Suédois et Portugais sont en grande majorité satisfaits des actions de leurs gouvernements. Les Français semblent insatisfaits en majorité (64%) de l’action de leurs dirigeants. La place de la France à ce sujet se situe juste après le Kosovo et l’Arménie.

Une influence trop importante

Plus de 57% des citoyens interrogés pensent que les personnes aisées influencent souvent les décisions des gouvernements dans leur propre intérêt. Le même groupe de sondés demande ainsi que des mesures plus strictes devraient être mises en place pour prévenir et enrayer ce type de phénomène. Seulement 13% des citoyens considèrent que leurs dirigeants appliquent des actions positives pour mettre fin à ce type d’action. Le juriste péruvien et président de Transparency international José Ugaz juge que :

 » Dans les pays de l’UE, beaucoup de citoyens voient comment la richesse et des membres du gouvernement tournent le système à leur avantage […] Pour mettre fin à ces troublantes et profondes relations entre la richesse, le pouvoir et la corruption, les gouvernements doivent atteindre des hauts niveaux de transparence. »

Le cas de la France

Un quart des Français (23%) considèrent que la corruption ne fait pas partie des trois problèmes majeurs auxquels la France est confrontée. En revanche, l’enquête montre que les citoyens sont en grande majorité déçus de l’action de leur gouvernement. 74% des répondants indiquent également qu’il est socialement acceptable de signaler des faits de corruption. Mais en réalité, ils sont peu à le faire en raison d’une peur des conséquences engendrées par ce type de dénonciation.

De fortes recommandations

L’organisation internationale recommande d’établir plus de règles de transparence en matière de lobbying et de mettre en place un registre public des acteurs de ce secteur. Transparency encourage également les pays à adopter une législation protectrice pour les lanceurs d’alerte. Enfin l’ONG conseille aux gouvernements de soutenir les journalistes et les lanceurs d’alerte dans leur divulgation.

 Par Grégoire Normand

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Trump, Brexit, and the Rise of Populism: Economic Have-Nots and Cultural Backlash

harvardAbstract: Rising support for populist parties has disrupted the politics of many Western societies. What explains this phenomenon? Two theories are examined here. Perhaps the most widely-held view of mass support for populism — the economic insecurity perspective–emphasizes the consequences of profound changes transforming the workforce and society in post-industrial economies. Alternatively, the cultural backlash thesis suggests that support can be explained as a retro reaction by once predominant sectors of the population to progressive value change. To consider these arguments, Part I develops the conceptual and theoretical framework. Part II of the study uses the 2014 Chapel Hill Expert Survey (CHES) to identify the ideological location of 268 political parties in 31 European countries. Part III compares the pattern of European party competition at national-level. Part IV uses the pooled European Social Survey 1-6 (2002-2014) to examine the cross-national evidence at individual level for the impact of the economic insecurity and cultural values as predictors of voting for populist parties. Part V summarizes the key findings and considers their implications. Overall, we find the most consistent evidence supporting the cultural backlash thesis.

By Ronald F. Inglehart and Pippa Norris

All the texte :

https://research.hks.harvard.edu/publications/getFile.aspx?Id=1401

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Jean Quatremer : Trump: l’UE sonnée

LibérationC’est un choc sans précédent pour l’Union, un « Brexit puissance trois »pour reprendre l’expression du président élu. Au-delà de la personnalité même de Donald Trump, dont l’idéologie n’est pas très éloignée de celle de l’extrême droite européenne, c’est la première fois de son histoire qu’elle va être confrontée à un chef de l’État américain farouchement isolationniste, tant sur le plan commercial que militaire, et hostile à la construction communautaire. Ainsi, le 24 juin, au lendemain du référendum britannique, Trump s’était félicité d’un résultat qualifié « d’extraordinaire » et de « fantastique ». Un changement de paradigme dont les conséquences n’ont pas fini de se faire sentir sur le vieux continent, non seulement pour sa sécurité face à une Russie agressive, mais aussi pour l’existence même du projet européen : « il faut éviter que l’Union, infiniment plus fragile que les États, ne soit, après le Brexit et la victoire de Trump, la future victime de ce rejet des élites et du système », dit-on dans l’entourage de François Hollande, « car elle n’y résisterait pas ».

Les causes qui ont conduit à l’élection du candidat républicain existent aussi en Europe et pourraient produire les mêmes effets, comme le constate Paul Magnette, le ministre-président de la Région wallonne, qui a mené le combat de la résistance au CETA, l’accord de libre-échange avec le Canada. L’Europe est, elle aussi, confrontée à une désindustrialisation, certes variable selon les pays, mais réels dans ceux où l’extrême-droite progresse. « C’est l’échec d’une idéologie, celle du libéralisme », assure José Bové, député européen EELV : « Trump l’a bien compris. Quand il allait dans l’Iowa où les usines ont fermé, il balançait son discours protectionniste et ça a marché. Car, depuis les années 80, la logique de la supériorité du commerce l’a emporté, aux États-Unis comme chez nous, sur toute préoccupation sociale ou environnementale. Pire : la gauche ne s’est pas distinguée sur ce plan de la droite ». « Même si seulement 15 % de la désindustrialisation est causée par le libre échange, le reste étant dû aux progrès technologiques et aux gains de productivité, il est plus facile de dénoncer les produits chinois, car le discours raciste est infiniment plus compréhensible pour les gens », estime Paul Magnette.

D’ailleurs, en Grande-Bretagne, c’est la classe moyenne, oubliée de la « mondialisation heureuse », qui a donné la victoire au Brexit, le rejet du libre-échange passant, comme aux États-Unis, par celui de l’immigration. C’est là qu’est le danger pour l’Europe. « Il y a une réapparition d’un discours de haine dans tous nos pays », se désole le député européen Alain Lamassoure, proche d’Alain Juppé (LR), un constat partagé par José Bové : « la logique de haine se développe. On est vraiment dans les années 30 où les fascistes surfaient sur une vague protectionniste en reprenant le discours social de la gauche ». « Ce que l’on croyait exclu, un risque démocratique chez nous ou des conflits internes, n’est plus très éloigné », s’alarme un conseiller du chef de l’État français : « il n’y a plus d’espace pour un projet confédéral en Europe comme le voulait Séguin ou Chevènement : aujourd’hui, on voit clairement, avec la Pologne ou la Hongrie, que la logique de fermeture des frontières conduit à un risque démocratique ».

Il faut donc d’urgence revoir le logiciel européen afin de le relégitimer « Ca n’est pas pour rien qu’une libérale comme Theresa May a promis une politique industrielle afin de renouer avec cette classe moyenne déclassée ou en voie de déclassement », constate-t-on à Paris : « il faut donc que l’Europe montre d’urgence qu’elle protège et qu’elle est capable de mieux défendre ses intérêts unis que désunis. De ce point de vue, la réforme des instruments de défense commerciale proposée hier par la Commission va dans le bon sens ». Il faut aussi qu’elle renoue avec la politique industrielle de ses débuts, abandonnée sous l’influence de Londres, et remette en cause son idéologie libre-échangiste : « il faut clairement abandonner le TAFTA, l’accord de libre-échange avec les États-Unis. Si la Commission ne change pas de cap, elle fera le lit du populisme » met en garde Paul Magnette et, ajoute José Bové, « elle se suicidera ». De même, l’Union devrait tirer officiellement un trait sur son élargissement permanent et dire à la Turquie qu’elle n’entrera jamais dans l’Union.

Enfin, bien sûr, l’Union va devoir démontrer qu’elle est capable de se défendre militairement: avec Trump, « le couplage entre la défense américaine et européenne est terminé », constate Alain Lamassoure, et il ne faudra plus compter sur une aide militaire gratuite et inconditionnelle comme il l’a lui-même annoncé. « C’est une menace, mais cela peut aussi être une chance, car Trump va nous obliger à bouger », espère Paul Magnette. Et là, les pays d’Europe de l’Est, déjà en partie aux mains des populistes, seront demandeurs. Bref, l’avenir est sombre, mais pas totalement désespéré.

N.B.: version longue de mon article paru le 10 novembre dans Libération.

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Revue de presse] Election de Donald Trump : l’Europe devra s’adapter aux vues hétérodoxes du nouveau président

Toute l'EuropeIsolationniste, protectionniste, climato-sceptique… les idées du futur président des Etats-Unis laissent présager des relations transatlantiques profondément modifiées. A ce propos, Jean-Claude Juncker, président de la Commission européenne, et Donald Tusk, président du Conseil européen, ont invité Donald Trump à un sommet Union européenne/Etats-Unis le plus tôt possible. Les Etats-Unis sont un partenaire majeur pour l’Europe et les dirigeants européens ont bien conscience que, même si leur vision du monde diffère radicalement de celle de leur homologue américain, il faudra néanmoins composer avec lui pendant au moins quatre ans.

Un changement de paradigme pour l’Union européenne

Dans les colonnes de Libération, Jean Quatremer évoque « un choc sans précédent pour l’Union européenne, un ‘Brexit puissance trois’, pour reprendre l’expression du président élu« . Jamais dans son histoire l’Union européenne n’avait été « confrontée à un chef de l’Etat américain farouchement isolationniste, tant sur le plan commercial que militaire, et hostile à la construction communautaire« . Le journaliste rappelle à ce titre que Donald Trump avait salué la décision des Britanniques de quitter l’Union européenne, en qualifiant le résultat du scrutin du 23 juin dernier d' »extraordinaire » et de « fantastique« .

Les dirigeants européens ne peuvent néanmoins se permettre de sacrifier la relation transatlantique. Les Etats-Unis non plus, selon Donald Tusk. Le président du Conseil européen ne croit pas « qu’un pays aujourd’hui puisse prétendre à être grand en restant isolé« , faisant ainsi référence au slogan de campagne du président républicain « Rendre sa grandeur à l’Amérique » [Le Point avec l’AFP]. « L’Europe et les Etats-Unis n’ont tout simplement pas d’autre option que de coopérer aussi étroitement que possible« , a-t-il également affirmé dans une déclaration au nom des 28 Etats membres.

  1. Tusk ne cache néanmoins pas ses préoccupations : « Tout en respectant le choix démocratique du peuple américain, nous sommes en même temps conscients des nouveaux défis que ce résultat apporte. L’un d’entre eux est ce moment d’incertitude sur l’avenir de nos relations transatlantiques« .

Pour Philippe Herzog, président-fondateur du think tank Confrontations Europe interrogé par Les Echos, il est urgent que les Européens s’unissent : « Une Amérique qui s’isole va obliger l’Europe à se comporter de manière autonome vis-à-vis des Etats-Unis. […] Il est impératif que les Vingt-Sept parviennent à définir leurs propres choix de manière collective. Ils vont devoir affirmer leur position dans les institutions internationales, comme le G20 et le FMI, alors qu’aujourd’hui, l’Europe est dispersée et désunie« .

Une Europe obligée d’adapter ses politiques extérieure et intérieure

La remise en cause des accords de libre-échange voulue par Donald Trump change radicalement la donne pour les Européens. « L’Europe s’est jusqu’à présent bâtie, sous la protection des Etats-Unis, comme un espace de libre-échange dont les progrès étaient nécessairement liés à ceux du commerce international. Que peut-il se passer si la première économie mondiale ne joue plus le jeu et devient un simple concurrent, à l’instar de la Chine?« , s’interroge L’Express.

Interrogé par l’hebdomadaire, Olivier Passet, directeur des synthèses chez l’institut Xerfi, est alarmiste : « Les Etats-Unis sortiraient de leur rôle de leader bienveillant et l’Europe, incapable de se coordonner, en paierait le prix fort […]. Avec Trump au pouvoir, l’Europe pourrait être confrontée à une concurrence fiscale et sociale« . Lionel Fontagné, professeur à l’université Paris I Panthéon-Sorbonne, est plus modéré : « Les Etats-Unis sont une grande démocratie et le président ne peut pas décider de tout. Toute politique commerciale unilatérale générerait mécaniquement un jugement à l’OMC, avec des représailles légales« . « Dans cette perspective où les intérêts économiques nationaux deviendraient des motifs de guerre commerciale, les grandes multinationales américaines comme Apple, Amazon, Google ou Nike deviennent paradoxalement des facteurs de stabilité« , analyse l’Express. Lionel Fontagné estime qu' »elles vont exercer une pression énorme sur les républicains« . « Un drôle de parapluie pour la construction européenne« , conclut l’hebdomadaire.

Interviewé par Le Figaro, l’ancien ministre des Affaires étrangères Laurent Fabius considère qu’il est trop tôt pour tirer des conclusions définitives à la suite de cette élection : « J’ai le sentiment que cette victoire ample nous renseigne plus sur l’état du pays, sur son humeur profonde faite de colère et de frustrations, que sur la politique qui sera effectivement suivie par le nouveau président, encore entachée d’incertitudes« , a-t-il déclaré.

Toujours est-il que Louis Grech, vice-Premier ministre maltais, dont le pays prend la présidence tournante du Conseil de l’UE pendant le premier semestre 2017, a affirmé le 9 novembre aux ambassadeurs européens que cette élection était une mise à l’épreuve pour l’Union [Euractiv].

Une mise à l’épreuve pour ses relations extérieures mais aussi intérieures. Le populisme a le vent en poupe en Europe. « La victoire de Donald Trump apparaîtra désormais comme son modèle« , s’inquiète La Tribune. L’auteur de l’article estime que les partis traditionnels doivent maintenant apporter « une réponse à ce danger« . Néanmoins, « Il semble évident qu’ils ne peuvent plus se contenter de la défense d’un modèle de croissance qui a échoué et qu’ils doivent proposer des alternatives à leurs propres erreurs et des réponses aux inquiétudes des électeurs. Et cela, sans ‘perdre son âme’ et tomber dans la singerie des programmes de l’extrême-droite, ce qui ne conduit qu’au renforcement de ces mouvements. Une tâche qui semble des plus délicates« .

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Thierry Mandon: «Ce qui craque sous nos yeux, c’est l’architecture du pouvoir»

mediapartLe secrétaire d’État à la recherche et à l’enseignement supérieur estime que le livre « Un président ne devrait pas dire ça… » est le « symptôme » de la crise des institutions de la Ve République. Thierry Mandon propose une réforme, allant du rôle du président de la République à la fabrique de la loi, en passant par la haute administration. Sans être certain d’être entendu.

Soutien d’Arnaud Montebourg lors de la primaire de 2011, et partisan de longue date d’une VIe République, le député socialiste Thierry Mandon est désormais secrétaire d’État à la recherche et à l’enseignement supérieur du gouvernement. Dans un entretien à Mediapart, il analyse la déflagration provoquée par le livre des journalistes du Monde Gérard Davet et Fabrice Lhomme « Un président ne devrait pas dire ça… »(Stock, 2016), qui remet en question la candidature à un second mandat de François Hollande.Selon Mandon, il s’agit d’abord et avant tout d’un « symptôme », celui d’une crise institutionnelle provoquée notamment par l’instauration du quinquennat et l’inversion du calendrier. Réforme du rôle présidentiel, de celui du premier ministre, de l’Assemblée et de la haute administration : le secrétaire d’État, qui a remis avant l’été ses propositions au chef de l’État, veut « tout changer ». Pour l’instant, il n’a pas été entendu.Le livre des journalistes Gérard Davet et Fabrice Lhomme « Un président ne devrait pas dire ça… » est-il pour vous une faute personnelle, celle du président de la République, et/ou une illustration de la faillite d’un système, la VeRépublique ? Thierry Mandon. Ce livre est l’aboutissement d’un dérèglement institutionnel. Il relève davantage de causes systémiques que de raisons personnelles. Depuis l’instauration du quinquennat et l’inversion du calendrier, les présidents ont déserté malgré eux la fonction présidentielle à laquelle les Français sont inconsciemment très attachés. Ils sont devenus des super chefs de gouvernement, qui passent leur temps à courir après l’actualité. Cette course effrénée les conduit sans cesse à commenter, à justifier, à réagir. Ils perdent toute capacité de projection, de recul, de distance, de fourniture de sens.Ce livre est un symptôme. Il dit que la figure présidentielle à laquelle les Français sont attachés n’existe plus. Et qu’à la place, on a un nouveau président, tiré vers la quotidienneté et l’immédiateté, et qui ce faisant ajoute au trouble que produit l’abandon de la figure présidentielle idéale. Les Français ont besoin d’une assurance vie. À leurs yeux, le président incarne cette garantie ultime de la place de la France dans le monde, une vision de l’État, une stabilité, quels que soient les tumultes du monde, une identité et une projection dans l’avenir. C’est anthropologique, comme le montre le livre de Pierre Legendre, Fantômes de l’État en France.Ces causes systémiques rencontrent-elles une personne, en l’occurrence François Hollande, ou plus généralement une génération politique très gestionnaire ? Elles rencontrent une façon de faire de la politique.En quoi ? [Silence] Si l’on réfléchit aux présidents depuis le début de la Ve République, parallèlement à l’instauration du quinquennat est apparue une génération de leaders politiques qui n’est pas fascinée par l’Histoire ni par les flux très longs. On n’a jamais autant parlé de roman national depuis qu’il n’y a plus de romancier.François Mitterrand passait son temps à lire des livres – il le scénarisait, certes, mais authentiquement. Il était passionné par l’histoire multiséculaire de la France. Je ne suis pas certain que ce soit le cas des présidents qui lui ont succédé. Ce n’est pas le côté gestionnaire qui est en jeu. C’est plutôt un rapport à la politique qui est un rapport problème-solution. C’est une vision de la politique comme un opérateur politique.Est-ce lié à leur formation ?Oui, mais aussi à la façon dont ils structurent leur entourage et à la capacité de ces responsables à aller trop vite aux solutions avant de se poser les questions. La décision politique aujourd’hui est atrophiée, parce qu’elle n’est pas irriguée par les savoirs qui se sont développés dans la société, avec l’élévation du niveau de la connaissance et le numérique.Nous vivons dans une société beaucoup plus mûre et beaucoup plus outillée, mais avec une décision politique en vase clos, avec les mêmes “experts”, détenteurs du pouvoir, qui ont fait les mêmes études, qui viennent des mêmes milieux sociaux, qui, très souvent, font les mêmes dîners en ville, et qui ne consultent personne.Mais pensez-vous que ce soit le quinquennat en soi qui produise cet affaissement démocratique, ou bien ceux qui ont été élus ? Le quinquennat a abouti à une Ve République bis. Il produit deux choses : de la dépendance et de l’isolement. Le président est élu en même temps que sa “tribu”. Il devient chef de bande. Dans ces conditions, la majorité procède plus, dans sa légitimité démocratique, du président que du premier ministre, qui en devient l’adjoint. C’est donc le président qui est le vrai premier ministre. D’où l’histoire de rapports impossibles entre le président et le premier ministre depuis Jacques Chirac. Dans le livre [de Davet et Lhomme – ndlr], on voit bien que le président fait tout, même relire des interviews de ministres du gouvernement avant qu’elles ne soient publiées dans un quotidien !En même temps, et c’est tout le paradoxe, le quinquennat produit de l’isolement : si toute la majorité, élue à sa traîne, dépend du président, il n’y a plus que lui qui compte. Cela fait descendre le président d’un étage et en même temps cela crée de la distance : le quinquennat a changé le rôle du président et a encore, un peu plus, déséquilibré les institutions au profit de l’exécutif, et au détriment du législatif. Cela donne un débat atrophié. C’est la démocratie peau de chagrin.Est-ce ce mélange de dépendance et d’isolement qui explique, selon vous, les phrases de François Hollande sur le « crétinisme parlementaire » ou bien sur son « pouvoir relativement absolu » qui lui permet, dit-il, d’« imposer à son camp (…) des politiques » ? On vient d’en parler ! C’est pourquoi cette réforme du quinquennat est très grave et qu’elle appelle aujourd’hui à une évolution institutionnelle. Cette correction est obligatoire. Sinon, on aura toujours des présidents qui feront plutôt des dépêches de l’AFP que de grandes visions de l’avenir du pays. Qui passeront plus de temps à surveiller le moindre communiqué de presse d’un secrétaire d’État plutôt qu’à préparer les grands enjeux internationaux. Il faut corriger cela.

Dans votre système, on ne voit pas très bien le rôle que doit jouer le chef de l’État, sauf à en faire un président à l’allemande. C’est très simple. La politique internationale fait toute la différence. La voix de la France dans le monde a existé, les Français en ont besoin et y sont absolument attachés. On peut le regretter, mais c’est ainsi que je conçois les choses. Je suis pour un président qui assume totalement cette fonction, qui ait une parole plus rare mais qui, quand il parle aux Français, donne du sens. Plus cette fonction est mal occupée, parce que le président est obligé de tout faire, dans la machinerie et dans les soutes, plus les Français sont mal à l’aise.Justement, dans « Un président ne devrait pas dire ça… », les passages qui mettent le plus mal à l’aise sont ceux relatifs à la politique étrangère, quand il parle avec Alexis Tsipras ou rapporte une conversation avec Vladimir Poutine… François Hollande serait-il compatible avec la fonction présidentielle telle que vous la concevez ?Dans mon projet, ne peut être élu que celui qui porte cette vision-là du président. Il faut réfléchir au succès d’Alain Juppé. Ce n’est pas ce qu’il propose qui séduit : ce qu’il propose est horrible ! C’est la palme d’or du film d’horreur. Mais je crois qu’il renvoie inconsciemment à la figure présidentielle que je décris. À tort ou à raison, et je pense plutôt à tort. Parce que le président dont je parle doit être plutôt en empathie avec la société, et qu’il ne va pas imposer les choses.Tout de même, partagez-vous l’analyse de Claude Bartolone, le président de l’Assemblée nationale, qui juge que François Hollande a désormais un problème « d’incarnation » ? Ce n’est pas le sujet. Le sujet, ce n’est pas l’incarnation, c’est la fonction présidentielle qu’il faut corriger. François Hollande ne manque pas de procureurs. Et trop de procureurs divertit du vrai problème.Que faut-il corriger ? Cela se joue, à mon avis, sur les articles 9 et 19 de la Constitution, comme le développe à juste titre [le constitutionnaliste] Dominique Rousseau. Je ne suis pas certain que le président ait intérêt à présider le Conseil des ministres, qui est l’organe institutionnel de base de la quotidienneté. Cela devrait être le premier ministre. Mais s’il souhaitait conserver ce rôle de supervision, à tout le moins pourrait-on toucher à l’article 19. Certains actes devraient procéder du seul premier ministre.

Lesquels ?

Un certain nombre de nominations par exemple. Mais aujourd’hui, les esprits ne sont pas mûrs. On espère simplement restituer le président dans sa grandeur perdue en remettant le septennat. Cela ne changera rien ! Cela ne réglera pas le problème, identifié à l’époque, de l’alternance éventuelle : on restaure le souverain dans sa puissance perdue mais on l’entrave pendant deux, trois, quatre ans… C’est contradictoire. Et donc stupide.Par ailleurs, le problème n’est pas la durée du mandat mais la nature des pouvoirs. Je ne cherche pas à ce que le président ait moins de pouvoir. Pour rendre lisible la vie politique, il doit être concentré sur la place de la France dans le monde, et défendre trois priorités. Et non réciter le catalogue de La Redoute qu’est devenue l’élection présidentielle !Ne faut-il pas, aussi, rééquilibrer les pouvoirs ? Bien sûr ! Si vous remettez le président à l’étage auquel il doit être, il faut, parallèlement, retravailler l’articulation exécutif/législatif. Il faut la régler par le mode de scrutin, ou le 49-3.

En le supprimant ? 

À part sur les questions budgétaires, le 49-3 est un outil obsolète – en tout cas dans le système dont je vous parle. Le 49-3 est un musèlement et donc un système de défiance vis-à-vis du Parlement, qui nourrit le déséquilibre du couple exécutif/législatif.Après, il y a toute la procédure de fabrique de la loi à revoir. Les décisions de l’exécutif doivent être beaucoup plus irriguées par des processus de démocratie continue : en amont de la fabrication des normes, avec des consultations véritables et, en aval, avec des procédures d’évaluation ouvertes et indépendantes.

Comment cela pourrait-il se passer pour un projet de loi ?

Il faut tout changer. Prenez un grand texte comme la loi sur le travail. Vous commencez par un débat d’orientation à l’Assemblée sur le projet du gouvernement. On ne le découvre pas dans Le Parisien, mais quand le gouvernement vient, en commission, expliquer ses grandes options sur la base d’une étude d’impact circonstanciée. À ce moment-là, la décision ne doit pas être finalisée.Ainsi, on évite à l’exécutif, dont le stylo est peut-être allé trop vite, de faire des bêtises. Et vous alertez la société avant le vote. Deux ou trois mois après, vous organisez le débat législatif. Vous pouvez alors vous passer des navettes parlementaires parce que le texte aura été bien mieux préparé. Cela existe à l’étranger, en Allemagne, en Belgique, en Suède, en Finlande…C’est très facile à faire et cela change tout. L’exécutif abandonne de fait la prétention qu’il a à avoir raison, envers et contre tout, puisqu’il présente son texte, le justifie, à un moment où tout n’est pas ficelé et où il peut encore bouger. Ce n’est plus un pouvoir tutélaire qui dit à la société “voilà comment cela va passer” ; c’est un pouvoir qui dit ce qu’il croit et ce qu’il veut, mais qui se met en débat.

En même temps, on voit bien aussi les résistances qui peuvent s’organiser, venues des politiques, de l’exécutif, mais aussi des hauts fonctionnaires. Comment expliquez-vous la force de ces résistances ?La vraie question démocratique se joue à quatre niveaux : le président de la République, les rapports gouvernement/Parlement, la démocratie continue dans l’élaboration de la loi et, enfin, la haute administration.Sur ce dernier point, malgré la réforme en cours de l’ENA, je pense que la formation des cadres supérieurs de l’État doit être profondément revue. Il faut apprendre aux futurs hauts fonctionnaires qu’ils n’ont pas toujours raison, et éviter de leur dire qu’ils sont les meilleurs. Il faut leur apprendre le service – le service de la nation, pas de l’État – et les méthodes collaboratives. La curiosité, le doute et l’esprit critique, voilà les trois valeurs qui devraient être au cœur de la formation de l’ENA et qui militeraient pour faire évoluer l’ENA vers un modèle de grande université spécialisée.Il faut également de la diversité sociologique, et par des quotas. L’économiste Jean Pisani-Ferry par exemple a proposé qu’on nomme 25 % de hauts fonctionnaires de l’État qui ne soient pas issus de la haute fonction publique. Enfin, il faut du spoil system [qui veut qu’on remplace les hauts responsables de l’administration à chaque alternance – ndlr].Vous avez remis un rapport sur la réforme des institutions au président de la République avant l’été. Oui, j’ai fait 200 à 300 propositions.

Quel retour vous a-t-il fait ?

Il n’a pas eu le temps de me faire des retours. Lors du colloque sur les institutions à l’Assemblée [organisé en octobre – ndlr], j’ai senti que le président avait envie de bouger sur la fabrique de la loi. Sur le reste, c’est très timide.Pourtant, c’est la logique globale qui est essentielle. Cela fait système : un président qui remonte à l’étage où il doit être ; un rapport Parlement/gouvernement positionné différemment, avec de vrais outils de dialogue ; une fabrique de la loi beaucoup plus ouverte ; une haute administration qui a les outils conceptuels de la démocratie continue.PAR LÉNAÏG BREDOUX ET CHRISTOPHE GUEUGNEAU

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